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Come si può gioire di fronte ad una sentenza della Corte Costituzionale che sembra affermare ma in realtà svilisce la presunzione di innocenza?

A cura di Michele Bontempi – penalista del Foro di Brescia.

La vicenda riguarda la negazione dei permessi premio ad un detenuto che risulta indagato per altri fatti. Il mero fatto di essere indagato non è condizione sufficiente per negare un beneficio, visto che ogni cittadino è assistito dalla presunzione di innocenza.

E fin qui ci siamo.

Ma poi la Corte tradisce la propria idea interiore, uguale a quella (diciamolo chiaramente) della stragrande maggioranza degli italiani circa la presunzione di innocenza. Questa presunzione, cioè la convinzione che ognuno di noi è innocente fino ad una condanna definitiva, semplicemente non esiste nella Costituzione reale, se è vero come è vero che la Consulta teorizza che ogni singolo magistrato di sorveglianza è libero di valutare negativamente caso per caso e, quindi, anche di respingere il beneficio del permesso premio sulla base della valutazione discrezionale della notitia criminis che ha coinvolto per una nuova ipotesi di reato il condannato di turno che chiede il beneficio penitenziario.

Ma allora dove sta la tanto sbandierata presunzione di innocenza se poi un singolo giudice può valutare come colpevole (tanto da negargli il permesso premio) una persona solo perché è iscritta nei registro degli indagati? Se nella Costituzione è scritto che ogni cittadino non è considerato colpevole fino a condanna definitiva, nessun giudice dovrebbe poter valutare un indizio a suo carico come ostativo ad un beneficio perché, così facendo, lo ha già condannato prima ancora che abbia un regolare processo.

E il principio affermato dalla Consulta nella sentenza n.24/2025 è ancora più grave perché legittima non l’opinione pubblica ma la stessa magistratura a ignorare nella sostanza quelli che dovrebbero essere gli effetti naturali, le implicazioni automatiche, del principio della presunzione di innocenza.

Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge – recita l’art.3 della Costituzione – e la legge considera ogni cittadino innocente fino alla condanna definitiva. Purtroppo anche la Corte Costituzionale, oggi, è espressione della diminuzione di civiltà giuridica che permea la società in generale e, in particolare, anche la società dei giuristi.

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